Già da qualche anno diventare mamma, nonostante un tumore, è possibile. Ma quali sono le tecniche utili per preservare la fertilità dopo la chemioterapia? Ne abbiamo parlato con la dottoressa Lucia Del Mastro

Ogni anno, in Italia, si stima che circa 50.000 donne siano colpite da tumore al seno. In sostanza, nell’arco della vita, una donna su otto si trova a dover combattere contro questa malattia che, negli ultimi tempi, ha registrato una crescita dell’incidenza nella fascia che va dai 30 ai 40 anni. I costanti progressi della ricerca oncologica nell’ambito della prevenzione, della diagnosi precoce e della cura hanno, però, aumentato la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi fino all’87% (fonte Aiom e Airtum).

E questa è una notizia positiva.

Il cancro al seno è una delle forme tumorali per la quale si sono ottenuti i maggiori successi negli ultimi trent’anni, anche grazie allo sviluppo di strumenti di screening per la diagnosi precoce sempre più precisi e di una conoscenza sempre più approfondita dei meccanismi molecolari alla base della trasformazione cellulare. Per Airc Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro–  La ricerca sul carcinoma mammario è da sempre stata una priorità e solo nel corso del 2017 ha destinato più di 10 milioni di euro per il finanziamento di 66 progetti e 20 borse di studio in questo ambito.

Le donne italiane che ogni anno vanno incontro a una diagnosi di tumore al seno prima dei 40 anni, quindi in età fertile, sono circa tre mila. Considerato che tra gli effetti collaterali della chemioterapia vi è il danneggiamento del tessuto ovarico e il rischio di una menopausa precoce, quali sono le terapie utili per preservare la fertilità prima del trattamento oncologico garantendo loro la possibilità di diventare mamme dopo la guarigione?

Ne abbiamo parlato con la  dottoressa Lucia Del Mastro, ricercatrice AIRC, Coordinatrice Breast Unit Ospedale Policlinico San Martino – IRCCS di Genova, che con le sue ricerche ha cambiato il futuro di tante donne ammalate di cancro.

Posto che da qualche anno tumore e maternità sono un binomio possibile, facciamo un salto indietro nel tempo e partiamo dal 2001 e dai suoi studi avanguardisti. Quale è stata la scintilla che ha innescato il tutto?
«L’innesco è avvenuto nel 2000 quando sono diventata mamma di due gemelli e ho capito quanto fosse importante garantire la possibilità di diventare madre a chiunque, anche a chi ha avuto un tumore. I chemioterapici, spesso indispensabili per le terapie, hanno effetti più tossici su quegli organi che sono più attivi, come le ovaie. Nel 30% dei casi il loro utilizzo provoca nella donna una menopausa precoce, compromettendo di conseguenza la possibilità di una gravidanza. Per ridurre questo effetto collaterale abbiamo pensato di  somministrare alle pazienti in terapia oncologica un farmaco, la triptorelina, definita un analogo dell’ormone LH-RH, che permette di “mettere a riposo” le ovaie, preservando così la fecondità negli anni a venire».

Ad oggi quali sono le opzioni per proteggere la fertilità.
«Valida alternativa al trattamento farmacologico di cui abbiamo già detto è la crioconservazione di ovociti maturi stimolati con gonadotropine. Durante un ciclo naturale la donna produce uno o due ovociti maturi. Grazie alla stimolazione ne possono maturare, contemporaneamente, anche dieci.  A matuirazione adeguata gli ovociti vengono prelevati per via transvaginale quindi congelati. Quando la donna ha concluso i cicli di chemio e ha sconfitto il tumore gli ovociti vengono scongelati, fecondati in vitro, quindi trasferiti nell’utero della donna. Alcuni Paesi prevedono la crioconservazione dell’embrione (sempre fecondato in vitro), ma in Italia questa tecnica è vietata. Vi è poi la posibilità di espiantare parte del tessuto ovarico. Al momento della guarigione il tessuto, sottoposto a crioconservazione, viene reimpiantato. Questi procedimenti, sia l’espianto che il reimpianto, avvengono in laparoscopia».

Quali sono i fattori determinanti che inducono una scelta piuttosto che un altra.
«L’espianto del tessuto ovarico, ancora considerata una tecnica sperimentale, permette di preservare sia la fertilità sia la funzionalità ovarica e ormonale delle bambine e giovani pazienti oncologiche. Un ruolo fondamentale è determinato anche dall’urgenza delle cure. Questa procedura viene infatti usata da quelle donne alle quali è stato diagnosticato un tumore particolarmente aggressivo, che hanno quindi necessità di una terapia immediata e non possono sottostare ai tempi e alle modalità di stimolazione ormonale e prelievo degli ovociti. Anche la somministrazione di triptorelinaprevede tempi lunghi e la chemioterapia può essere rimandata anche di quattro settimane. In alcuni casi, per aumentare la possibilità di una gravidanza spontanea dopo la guarigione, viene consigliato di eseguire, contemporaneamente, sia il trattamento farmacologico che la crioconservazione di ovociti».

Quali metodi di cura ha, invece, una donna alla quale è stato diagnosticato un tumore in gravidanza.
«La chemioterapia è controindicata solo nel primo trimestre di gravidanza, quando i rischi di malformazioni del feto sono molto alti. Durante questo periodo è però possibile procedere chirurgicamente. Una volta superato il trimestre, e fino alla trentaquattresima settimana, è possibile procedere per via farmacologica. Alcune ricerche hanno infatti dimostrato che i bambini esposti in utero a medicinali chemioterapici non corrono rischi legati a malformazioni. Ovviamente i chemioterapici che si possono usare sono solo quelli per i quali si conoscono gli effetti sul feto e i trattamenti devono essere effettuati in centri specialistici dove vi è una stretta collaborazione tra ginecologo e oncologo».