I successi delle cure dei tumori e i loro effetti collaterali hanno creato la necessità di offrire agli uomini e alle donne che guariscono, ma non sono più fertili, soluzioni per avere figli. Una sessione del Congresso dell’Associazione Italiana dei Medici Oncologi (AIOM) ha riportato il punto di vista degli oncologi sull’argomento e le attuali conoscenze su tumori e gravidanza.

Matteo Lambertini, oncologo dell’Istituto Jules Bordet di Bruxelles (Belgio), e Fedro Peccatori, Direttore Unità di Fertilità e Procreazione in Oncologia dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, hanno passato in rivista le attuali conoscenze sulla relazione fra cancro e procreazione, sia in termini di preservazione della fertilità, che di gestione dei tumori nelle donne gravide. Argomenti complessi da un punto di vista medico e con delicati risvolti psicologici e sociali. I tumori più frequenti nelle giovani donne sono quello del seno (30,2%), quello della cervice uterina (17,5%) e quello della tiroide (9,9%). Nelle neoplasie che si presentano in età fertile, può essere necessario somministrare cure che riducono in varia misura la fertilità fino a indurre sterilità. Per questo motivo sarebbe opportuno che le donne affette da cancro fossero informate dei problemi che potrebbero avere nell’ottenere un concepimento, dopo la guarigione del tumore. Un’indagine eseguita nel 2017 riguardo alle conoscenze e ai comportamenti relativi a fertilità e gravidanza, ha dimostrato che il 53,1% dei medici conosce il problema della gravidanza dopo il cancro, ma il 36,9% non ne è al corrente, una percentuale piuttosto elevata. Per quanto riguarda la frequenza annuale di tumori durante la gravidanza, uno studio eseguito nella Regione Lombardia ha riportato valori variabili, in relazione all’età, da un minimo di 37 casi su 100.000, nelle donne di età inferiore a 37 anni, a un massimo di 174 su 100.000, in quelle di età maggiore o uguale a 40 anni. Anche in questa casistica, la neoplasia più frequente è stata quella del seno, seguita da quella della tiroide e dai linfomi.

Alcune ricerche hanno anche indicato che l’andamento del cancro durante la gravidanza può essere più aggressivo, rispetto a quello rilevato in donne di caratteristiche simili, ma non gravide. Varie spiegazioni sono state proposte per tale diverso andamento, fra le quali: una vera e propria maggiore aggressività del tumore, una diagnosi formulata in stadi più avanzati o una gestione terapeutica meno efficace. In generale, però, quello che si può dire a una donna gravida nella quale si diagnostica un tumore è che, se ben trattato, esso avrà esiti simili a quelli che avrebbe se non fosse gravida. A proposito della gestione nella pratica clinica, Matteo Lambertini ha segnalato quali esami possono essere fatti in una donna gravida con cancro del seno. Sono raccomandate la biopsia della lesione, la mammografia, con opportuna protezione dell’addome, e l’ecografia.

Circa la biopsia, è opportuno segnalare all’anatomopatologo la presenza della gravidanza. Non sono raccomandate la risonanza magnetica con mezzo di contrasto, la TAC e la PET, mentre è possibile eseguire una risonanza magnetica con gadolinio, se indicata. Interessante anche uno schema, presentato da Matteo Lambertini sui trattamenti che si possono impiegare nei diversi trimestri della gravidanza. Ad esempio, sempre nel caso del tumore al seno, la radioterapia può essere somministrata nel primo trimestre e nella prima parte del secondo trimestre e la chemioterapia nel secondo trimestre e nella prima parte del terzo trimestre. La terapia chirurgica può essere impiegata in tutti e tre i trimestri e così anche la biopsia del linfonodo sentinella. Lo stesso relatore ha descritto poi in maggiore dettaglio la sensibilità dell’embrione e del feto alle cure oncologiche nelle diverse fasi della gravidanza. Oltre ai farmaci indicati nella cura del cancro ha riportato anche informazioni sull’uso di terapie “di supporto” come ad esempio le cure per il vomito e i corticosteroidi. Cosa succede ai bambini nati da madri curate con la chemioterapia? L’effetto negativo sembra meno importante di quello determinato dalla nascita prematura e studi specifici non hanno rilevato alcuna relazione fra tipo di trattamento somministrato e alterazioni delle funzioni cognitive.

Passando ai problemi della fertilità successivi alla guarigione dal cancro, secondo alcuni autori la probabilità di ottenere un concepimento è lievemente ridotta in chi ha avuto un carcinoma della tiroide o un melanoma, mentre è diminuita in misura maggiore dopo linfomi, tumori del cervello e cancri dell’utero, dell’ovaio e del seno. In una tabella sono stati riportati i diversi livelli di rischio di danno alle gonadi attribuibili a ciascuno dei farmaci più impiegati per la cura dei tumori. L’ultima parte della sessione è stata dedicata alle tecniche di preservazione della fertilità. Riportati i dati sulla sicurezza dell’applicazione di tali tecniche, sia per le donne guarite dal cancro che vi si sottopongono, sia per la loro prole. Presentate anche le raccomandazioni formulate da un gruppo internazionale di esperti sulla PMA nelle donne guarite dal tumore.

Nelle conclusioni si è precisato che il cancro in gravidanza deve essere gestito da Centri esperti nel campo, che l’obiettivo di tale gestione deve essere quello di ottenere un parto a termine e che, secondo le Linee Guida disponibili, la cura dei tumori in gravidanza può essere sicura, sia per la madre, che per il bambino. Circa il concepimento nelle donne sopravvissute al cancro, le tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita vanno considerate sicure anche in quelle precedentemente affette da tumore del seno positivo per recettori ormonali. Ovviamente, un’attenzione particolare va posta nel monitoraggio del feto e nelle tecniche di ostetricia da applicare.

Tommaso Sacco